(editoriale Popolo e Libertà, 8.7.2011)

Nelle ultime settimane l’aria pesante e calda ha varcato anche le porte del Consiglio di Stato. Il tema è noto e la cronaca ha già ampiamente dato spazio al susseguirsi di avvenimenti. Malgrado la partita sia ancora nella fase iniziale e il risultato finale ancora tutto da definire, parecchie parti coinvolte tirano sin d’ora conclusioni. Abbozzando talvolta, in maniera frettolosa e partigiana, sentenze. Qualche riflessione e commento sono d’obbligo.
Tornando alla decisione presa a maggioranza dal Consiglio di Stato è opportuno ricordarne l’eccezionalità. Sofferta, ma necessaria per smuovere qualcosa (così è stato!). Non priva di rischi, anche importanti. La posizione – decisiva – del PPD è stata lungamente ponderata e condivisa.
La decisione ticinese riconosce il diritto dei Comuni italiani di frontiera di ricevere il ristorno sull’imposta alla fonte dei lavoratori frontalieri, lancia tuttavia un duplice segnale forte e provocatorio nei confronti di Berna e Roma. Lo Stato italiano deve togliere la Svizzera dalla black list ed essere disposto a rivedere gli accordi di doppia imposizione, tra cui quello dei frontalieri. Contemporaneamente anche Berna deve inserire tra le proprie priorità diplomatiche la ritrattazione degli accordi con l’Italia. Dal 1974 sono mutati sia il tipo di frontalierato sia il quadro giuridico globale dei rapporti tra i due Paesi (cfr. bilaterali).
Dobbiamo quindi respingere al mittente i gratuiti attacchi di Gianora e Sadis. Questi dovrebbero innanzitutto preoccuparsi dell’asse radico-socialista che si sta consolidando, lasciando orfana la parte liberale del loro partito. In aggiunta Gianora potrebbe chiarirci se sta con Sadis o con il suo Gruppo parlamentare (di cui è membro!!) che il 30 maggio ha presentato una mozione intitolata “Ristorni delle imposte dei frontalieri: bloccare il versamento di fine giugno”, firmata dal capogruppo Vitta a nome di tutta la deputazione. Finiamola con questi continui attacchi trasversali che non portano a nulla, se non allontanare il cittadino dalla politica e indebolire il Ticino.


Tornando alla decisione governativa occorre evidenziare come per l’ennesima volta il Ticino si sia dimostrato incapace di presentarsi unito e compatto dietro una rivendicazione legittima. Gli screzi tra i consiglieri, la collegialità messa nel cassetto, la tempesta mediatica e l’atteggiamento di numerosi attori rendono a Berna l’immagine di un Cantone litigioso, non pienamente convinto. Risulta difficile per una minoranza chiedere con forza la revisione di accordi internazionali senza parlare in maniera univoca e decisa.
Ancora in questi giorni emerge chiaramente l’assenza di coordinamento. Singole azioni di lobbing si sovrappongono a vari livelli istituzionali. Il coinvolgimento dell’attore centrale, la Confederazione, è passivo. Corriamo il rischio di divenire evanescenti. Il quadro generale è quindi estremamente complesso. Il Ticino deve finalmente superare i propri dissidi interni, spesso strumentali e votati esclusivamente al disfattismo.
Ma finalmente mercoledì in serata da Berna sono giunte notizie positive che aprono scenari interessanti per il Ticino. Anche in Italia sembra smuoversi qualcosa. La decisione del Consiglio di Stato ha avuto conseguenze costruttive. Occorre ora essere parte attiva (e coinvolta!) nell’avvio dei lavori diplomatici, facendo del Ticino un Cantone che sa essere determinante nella politica estera federale.

Marco Romano, segretario cantonale